Logopedia e Genitori: partecipare alla terapia è abbastanza?


Mamma, Vanessa, Teddy ed Io e tanta pittura! Su ZOOM

Durante una sessione di Auditory Verbal Therapy (AVT) sono presenti il bambino, il terapista e uno o entrambi i genitori (o nonni, zii, baby-sitter etc). Spesso si è portati a pensare che coinvolgere il genitore con qualche turno nel gioco durante la sessione significhi un coinvolgimento attivo nella terapia, e che questo possa bastare. E che soprattutto, che il genitore sia poi in grado di riportare ciò che ha visto e fatto, nella quotidianità in modo naturale.

Una delle basi dell’ ATV dice proprio che, se si vogliono raggiungere i risultati migliori velocemente, la partecipazione non è abbastanza. La presenza, il coinvolgimento durante la sessione, la partecipazione alle conversazioni, sono aspetti, ovviamente, necessari e importanti, ma non sempre sufficienti, dato che rimangono nel raggio più superficiale di partecipazione.

L’approccio AVT prevede un passo ulteriore. Terapista e genitore devono, perché la terapia abbia successo, instaurare una specie di partnership, una vera e propria collaborazione. Si tratta di una relazione potente, in cui le conoscenze scientifiche e sul campo del logopedista sulla sordità, sul sviluppo del linguaggio e della comunicazione si uniscono a quelle uniche e speciali - e insostituibili - che il genitore ha del proprio figlio, così da creare uno scambio proficuo e continuo. Il fine? Raggiungere risultati straordinari, e il più velocemente possibile.

A cosa assomiglia questa partnership?

Per chiarire, un genitore che fa i Ling sounds all’inizio della sessione è un partecipante. Un genitori che condivide con il terapista cosa ha notato del proprio figlio nell’arco della settimana e che concorda insieme al terapista i prossimi goal, le attività e strategie, è un partner.

Un genitore che si siede accanto al figlio e aspetta che le attività vengano proposte dal terapista è un partecipante. Un genitore che decide e discute insieme al terapista su cosa e come lavorare (in base agli interessi del bambino e agli obiettivi) è un partner.

Un terapista che lascia che un genitore abbia un turno nel gioco lo rende partecipe, Un terapista che guida il genitore ad osservare le risposte del figlio e a modificare l’input in base alle strategie decise insieme lo rende partner.

Un terapista che dà a un genitore un pupazzo per giocare insieme lo rende partecipe. Un terapista che chiede al genitore la sua opinione su cosa pensa possa aiutare il figlio ad acquisire una nuova abilità, crea con il genitore una relazione di partner equo.

Una metafora potrebbe essere quella di una torre di mattoncini. Laddove la torre è la terapia, e i mattoncini i passi da fare per raggiungere i risultati. Se diamo al genitore un mattoncino, lo coinvolgiamo, ma se invece gli diamo un mattoncino dopo mattoncino chiedendogli ogni volta quale pensa sia la strategia migliore per costruire tutta la torre, ecco in quella maniera lo rendiamo attore stesso della terapia. Nell’AVT si costruiscono quindi delle partnership, in cui il genitore deve conoscere esattamente cosa si fa, perché lo si fa e che studi ci sono dietro a ogni proposta, strategia o obiettivo.

Solo insieme possiamo capire, meglio e più velocemente, come far sviluppare al massimo il potenziale del bambino/a. Solo con uno scambio costante e una presenza genitoriale attiva si può capire cosa deve essere cambiato quando affrontiamo un momento difficile o le cose non vanno come dovrebbero.

In ogni sessione ognuno di noi deve apprendere qualcosa di nuovo, il bambino, il genitore e il terapista.

Importantissimo inoltre che i genitori si sentano a loro agio ad implementare e monitorare gli obiettivi durante la settimana in modo che la terapia non sia limitata a quelle due ore settimanali ma avvenga tutto il giorno, non stop, in ogni routine.

AVT, quindi, ci spinge ad avere un cambio di mentalità, sia come professionisti sia come genitori.

I professionisti devono imparare a conoscere le esigenze le caratteristiche sole di quella famiglia e bambino, i genitori devono sentirsi al sicuro e liberi di raccontarsi e condividere paure e ansie e obiettivi.

Non esistono quindi attività AVT, e attività non AVT, esiste solo un il modo in cui si fa un gioco, un’azione che è studiata ad hoc per permettere al bambino di imparare una cosa nuova.

Un genitore, ogni fine sessione, dovrebbe chiedersi: ho partecipato o mi sono sentito partner equo? E in base a quello, essere pronto a interrogarsi e sentirsi libero di parlarne con il logopedista.

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